Books: La vita sul pianeta Marte
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Giovanni Virginio Schiaparelli >> La vita sul pianeta Marte
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Non senza fondamento adunque abbiamo finora attribuito alle macchie
oscure di Marte la parte di mari e quella di continenti alle aree
rosseggianti che occupano quasi i due terzi di tutto il pianeta, e
troveremo più tardi altre ragioni che confermano tal modo di vedere. I
continenti formano nell'emisfero boreale una massa quasi unica e
continua, sola eccezione importante essendo il gran lago detto _Mare
Acidalio_, del quale l'estensione pare mutarsi secondo i tempi e
connettersi in qualche modo colle inondazioni che dicemmo prodotte
dallo sciogliersi delle nevi intorno al polo boreale. Al sistema del
Mare Acidalio appartiene senza dubbio il lago temporario denominato
_Iperboreo_ed il _Lago Niliaco_: quest'ultimo ordinariamente separato
dal Mare Acidalio per mezzo di un istmo o diga regolare, la cui
continuità soltanto nel 1888 fu vista interrompersi per qualche
tempo. Altre macchie oscure minori si trovano qua e là nella parte
continentale, le quali potrebbero rappresentare dei laghi, ma non
certo laghi permanenti come i nostri; tanto sono variabili d'aspetto e
di grandezza secondo le stagioni, al punto da scomparire affatto in
date circostanze. Il _Lago Ismenio_, quello _della Luna_, il _Trivio
di Caronte_e la _Propontide_sono i più cospicui e i più durevoli. Ve
ne sono di piccolissimi, quali il _Lago Meride_e il _Fonte di
Gioventù_, che nella loro maggiore appariscenza non superano i 100 o
150 chilometri di diametro e contano fra gli oggetti più difficili del
pianeta.
Tutta la vasta estensione dei continenti è solcata per ogni verso da
una rete di numerose linee o strisce sottili di color oscuro più o
meno pronunziato, delle quali l'aspetto è molto variabile. Esse
percorrono sul pianeta spazi talvolta lunghissimi con corso regolare,
che in nulla rassomiglia l'andamento serpeggiante dei nostri fiumi;
alcune più brevi non arrivano a 500 chilometri, altre invece si
estendono a più migliaja, occupando un quarto ed anche talvolta un
terzo di tutto il giro del pianeta. Alcuna di esse è abbastanza facile
a vedere, e più di tutte quella che è presso l'estremo limite sinistro
delle nostre carte, designata col nome di _Nilosyrtis_: altre invece
sono estremamente difficili, e rassomigliano a tenuissimi fili di
ragno tesi attraverso al disco. Quindi molto varia è altresì la loro
larghezza, che può raggiungere 200 od anche 300 chilometri per la
Nilosirte, mentre per altre forse non arriva a 30 chilometri. [vedi
figura 03.png]
Queste linee o strisce sono i famosi _canali_di Marte, di cui tanto si
è parlato. Per quanto si è fino ad oggi potuto osservare, sono
certamente configurazioni stabili del pianeta; la Nilosirte è stata
veduta in quel luogo da quasi cent'anni, ed alcune altre da trent'anni
almeno. La loro lunghezza e giacitura è costante, o non varia che
entro strettissimi limiti; ognuna di esse comincia e finisce sempre
fra i medesimi termini. Ma il loro aspetto e il loro grado di
visibilità sono assai variabili per tutte da un'opposizione ad un
altra, anzi talvolta da una settimana all'altra; e tali variazioni non
hanno luogo simultaneamente e con ugual legge per tutte, ma nel più
dei casi succedono quasi a capriccio, od almeno secondo regole non
abbastanza semplici per essere subito intese da noi. Spesso una o più
diventano indistinte od anche affatto invisibili, mentre altre loro
vicine ingrossano al punto da diventar evidenti anche in cannocchiali
di mediocre potenza. La prima delle nostre carte presenta tutte quelle
che sono state vedute in una lunga serie di osservazioni; essa
tuttavia non corrisponde all'aspetto di Marte in alcuna epoca, perchè
generalmente soltanto poche sono visibili di un tratto[11]
Ogni canale (per ora chiamiamoli così) alle sue estremità sbocca o in
un mare, od in un lago, od in un altro canale, o nell'intersezione di
più altri canali. Non si è mai veduto uno di essi rimaner troncato nel
mezzo del continente, rimanendo senza uscita e senza
continuazione. Questo fatto è della più alta importanza. I canali
possono intersecarsi fra di loro sotto tutti gli angoli possibili; ma
di preferenza convergono verso le piccole macchie cui abbiamo dato il
nome di laghi. Per esempio sette se ne veggono convergere nel _Lago
della Fenice_, otto nel _Trivio di Caronte_, sei nel _Lago della
Luna_, sei nel _Lago Ismenio._
L'aspetto normale di un canale è quello di una striscia quasi uniforme
nera o almeno di colore oscuro simile a quello dei mari, in cui la
regolarità del generale andamento non esclude piccole diversità di
larghezza e piccole sinuosità nei due contorni laterali. Spesso
avviene che tal filetto oscuro, mettendo capo al mare, si allarghi in
forma di tromba, formando una vasta baja, simile agli estuari di certi
fiumi terrestri: il_Golfo delle Perle_, il _Golfo Aonio_, il _Golfo
dell'Aurora_, e i due corni del _Golfo Sabeo_sono così formati dalla
foce di uno o più canali sboccanti nel Mare Eritreo o nel Mare
Australe. L'esempio più grandioso di tali golfi è la _Gran Sirte_,
formata dalla vastissima foce della _Nilosirte_già nominata; questo
golfo non ha manco di 1800 chilometri di larghezza e quasi altrettanti
di profondità nel senso longitudinale, e la sua superficie è di poco
minore che quella del golfo di Bengala. In questi casi si vede
manifestamente la superficie oscura del mare continuarsi senza
apparente interruzione in quella del canale; quindi, ammesso che le
superficie chiamate mari siano veramente espansioni liquide, non si
può dubitare che i canali siano di esse un semplice prolungamento a
traverso delle aree gialle, o dei continenti.
Che del resto le linee dette _canali_siano veramente grandi solchi o
depressioni delle superficie del pianeta destinate al passaggio di
masse liquide, e costituiscano su di esso un vero sistema idrografico,
è dimostrato dai fenomeni che in quelli si osservano durante lo
struggersi delle nevi boreali. Già dicemmo che queste, nello
sciogliersi appaiono circondate da una zona oscura, formante una
specie di mare temporario. In tale epoca i canali delle regioni
circostanti si fanno più neri e più larghi, ingrossando al punto da
ridurre, in un certo momento, ad isole di poca estensione tutto le
aree gialle comprese fra l'orlo della neve e il 60° parallelo
nord. Tale stato di cose non cessa, se non quando le nevi, ridotte
ormai al loro minimo di estensione, cessano di struggersi. Si
attenuano allora le larghezze dei canali, scompare il mare temporario,
e le aree gialle riprendono l'estensione primitiva. Le diverse fasi di
questa grandiosa operazione si rinnovano ad ogni giro di stagioni ed i
loro particolari si son potuti osservare con molta evidenza nelle
opposizioni 1882, 1884, 1886, quando il pianeta presentava allo
spettatore terrestre il suo polo boreale. L'interpretazione più
naturale e più semplice è quella che abbiam riferito, di una grande
inondazione prodotta dallo squagliarsi delle nevi; essa è interamente
logica, e sostenuta da evidenti analogie con fenomeni
terrestri. Concludiamo pertanto, che i canali son tali di fatto, e non
solo di nome. La rete da essi formata probabilmente fu determinata in
origine dallo stato geologico del pianeta, e si è venuta lentamente
elaborando nel corso dei secoli. Non occorre suppor qui l'opera di
esseri intelligenti; e malgrado l'apparenza quasi geometrica di tutto
il loro sistema, per ora incliniamo a credere che essi siano prodotti
dell'evoluzione del pianeta, appunto come sulla Terra il canale della
Manica e quello di Mozambico.
Sarà un problema non men curioso che complicato e difficile lo
studiare il regime di questi immensi corsi d'acqua, da cui forse
dipende principalmente la vita organica sul pianeta, dato che vita
organica vi sia. Le variazioni del loro aspetto dimostrano che questo
regime non è costante: quando scompaiono o lasciano di loro traccie
dubbie e mal definite è lecito supporre, che siano in magra, od
asciutti affatto. Allora nel luogo dei canali rimane o niente, oppure
al più una striscia di colore giallastro poco diverso dal fondo
circostante. Talvolta prendono un aspetto nebuloso, di cui per ora non
si saprebbe assegnar la ragione. Altre volte invece producono veri
allagamenti, espandendosi a 100, 200 o più chilometri di larghezza, e
questo avviene anche per canali molto lontani dal polo boreale secondo
norme fin qui sconosciute. Così è avvenuto dell'_Idaspe_nel 1864, del
_Simoenta_nel 1879, dell'_Acheronte_nel 1884, del _Tritone_nel
1888. Lo studio diligente e minuto delle trasformazioni di ciascun
canale condurrà più tardi a conoscere le cause di questi fatti.
Ma il fenomeno più sorprendente dei canali di Marte è la loro
_geminazione_; la quale sembra prodursi principalmente nei mesi che
precedono e in quelli che seguono la grande inondazione boreale,
intorno alle epoche degli equinozi. In conseguenza di un rapido
processo, che certamente dura pochissimi giorni, od anche forse solo
poche ore, e del quale i particolari non si sono ancora potuti
afferrare con sicurezza, un dato canale muta d'aspetto e d'un tratto
si trova trasformato su tutta la sua lunghezza in due linee o strisce
uniformi, per lo più parallele fra di loro, che corrono dritte ed
uguali con tracciamento geometricamente tanto esatto, quanto suole
esser presso di noi quello di due rotaje di ferrovia. Ma questo esatto
andamento è il solo termine di rassomiglianza colle dette rotaje:
perchè nelle dimensioni non vi è alcun paragone possibile, come del
resto è facile immaginare. Le due linee seguono a un dipresso la
direzione del primitivo canale, e terminano nei luoghi dov'esso
terminava. L'una di esse spesso si sovrappone quanto più è possibile
all'antica linea, l'altra essendo di nuovo tracciamento; ma anche in
questo caso l'antica linea perde tutte le piccole irregolarità e
curvature che poteva avere. Ma accade ancora, che ambe le linee
geminate occupino dalle due parti dell'ex canale un terreno
interamente nuovo. La distanza fra le due linee è diversa nelle
diverse geminazioni, e da 600 chilometri e più scende fino all'ultimo
limite, in cui due linee possono apparir separate nei grandi occhi
telescopici, meno di 50 chilometri d'intervallo; la larghezza di
ciascuna striscia per sè può variare dal limite di visibilità, che
supponiamo 30 chilometri, fino a più di 100. Il colore delle due linee
varia dal nero ad un rosso scialbo, che appena si distingue dal fondo
giallo generale delle superficie continentali; l'intervallo è per lo
più di questo giallo, ma in più casi è sembrato bianco. Le geminazioni
poi non sono necessariamente legate ai soli canali, ma tendono anche
prodursi sui laghi. Spesso si vede uno di questi trasformarsi in due
brevi e larghe liste oscure fra loro parallele, tramezzate da una
lista gialla. In questi casi naturalmente la geminazione è breve, e
non esce dai limiti del lago primitivo.
Le geminazioni non si manifestano tutte insieme, ma arrivata la loro
stagione cominciano a prodursi or qua, or là, isolate in modo
irregolare, o almeno senza ordine facilmente riconoscibile. Per molti
canali mancano affatto (come per la Nilosirte, a cagion d'esempio), o
sono poco visibili. Dopo aver durato qualche mese, si affievoliscono
gradatamente e scompajono fino ad una nuova stagione egualmente
propizia a questo fenomeno. Così avviene che in certe altre stagioni
(specialmente presso il solstizio australe del pianeta) se ne vedono
poche, od anche non se ne vede affatto. In diverse apparizioni la
geminazione del medesimo canale può presentare diversi aspetti quanto
a larghezza, intensità e disposizione delle due strisce: anche in
qualche caso la direzione delle linee può mutarsi, benchè di
pochissima quantità; sempre però deviando di piccolo spazio dal canale
con cui è associata strettamente. Da questa importante circostanza si
comprende immediatamente, che le geminazioni non possono essere
formazioni stabili della superficie di Marte, e di carattere
geografico, come i canali. La seconda delle nostre carte può dare
un'idea approssimativa dell'aspetto che presentano queste
singolarissime formazioni. Essa comprende tutte le geminazioni
osservate dal 1882 fino al presente; nel riguardarla bisogna tener a
mente, che non di tutte l'apparizione è stata simultanea, e che
pertanto quella carta non rappresenta lo stato di Marte in
nessun'epoca; essa non è che una specie di registro topografico delle
osservazioni finora fatte in diversi tempi su quel fenomeno.
L'osservazione delle geminazioni è una delle più difficili, e non può
farsi che da un occhio bene esercitato, ajutato da un telescopio di
accurata costruzione e di grande potenza. Ciò spiega perchè non siano
state vedute prima del 1882. Nei dieci anni trascorsi da quel tempo
esse sono state vedute e descritte da otto o dieci
osservatori. Nondimeno alcuni ancora negano che siano fenomeni reali e
tacciano d'illusione (o anche d'impostura) coloro che affermano
d'averle osservate.
Il loro singolare aspetto e l'esser disegnate con assoluta precisione
geometrica, come se fossero lavori di riga o di compasso, ha indotto
alcuni a ravvisare nelle medesime l'opera di esseri intelligenti,
abitatori del pianeta. Io mi guarderò bene dal combattere questa
supposizione, la quale nulla include d'impossibile. Notisi però che in
ogni caso non potrebbero essere opere di carattere permanente, essendo
certo, che una stessa geminazione può cambiare di aspetto e di misura
da una stagione all'altra. Si possono tuttavia assumere opere tali, da
cui una certa variabilità non sia esclusa, per esempio, lavori estesi
di coltura e di irrigazione su larga scala. Aggiungerò ancora, che
l'intervento di esseri intelligenti può spiegare l'apparenza
geometrica delle geminazioni, ma non è punto necessario a tale
intento. La geometria della Natura si manifesta in molti altri fatti,
dai quali è esclusa l'idea di un lavoro artificiale qualunque. Gli
sferoidi così perfetti dei corpi celesti e l'anello di Saturno non
furon lavorati al tornio, e non è col compasso che Iride descrive
nelle nubi i suoi archi così belli e così regolari; e che diremo delle
infinite varietà di bellissimi e regolarissimi poliedri onde è ricco
il mondo dei cristalli? E nel mondo organico, non è geometria bella e
buona quella che presiede alla distribuzione delle foglie di certe
piante, che ordina in figure stellate così simmetriche tanti fiori del
prato, tanti animali del mare; che produce nelle conchiglie quelle
spirali coniche così eleganti, da disgradarne ciò che di più bello ha
fatto l'architettura gotica? In tutte queste cose le forme geometriche
sono conseguenze semplici e necessarie di principi e di leggi che
governano il mondo fisico e fisiologico. Che poi questi principi e
queste leggi siano esplicazioni di una potenza intelligente superiore,
possiamo ammetterlo; ma ciò nulla fa al presente argomento.
In omaggio dunque al principio, che nella spiegazione dei fatti
naturali convenga sempre cominciare dalle supposizioni più semplici,
le prime ipotesi proposte sulla natura e sulla causa delle geminazioni
hanno per lo più messo in opera solamente le azioni della natura
inorganica. Sono o effetti di luce nell'atmosfera di Marte, o
illusioni ottiche prodotte da vapori in vario modo, o fenomeni
glaciali d'un inverno perpetuo a cui sarebbe condannato tutto il
pianeta, o crepature raddoppiate nella superficie di esso, o crepature
semplici, di cui si duplica l'immagine per effetto di fumo eruttato su
lunghe linee e spostato lateralmente dal vento. L'esame di questi
ingegnosi tentativi conduce tuttavia a concludere, che nessuno di essi
sembra corrispondere per intiero ai fatti osservati nel loro insieme e
nei particolari. Alcune di tali ipotesi non sarebbero neppur nate, se
i loro Autori avessero potuto esaminare le geminazioni coi proprii
occhi. Che se alcuno di questi, ragionando _ad hominem_, mi
domandasse: sapete voi immaginar qualche cosa di meglio? risponderei
candidamente di no.
Più facile sarebbe il compito, se volessimo introdurre forze
appartenenti alla natura organica. Qui è immenso il campo delle
supposizioni plausibili, potendosi immaginare infinite combinazioni
capaci di soddisfare alle apparenze, anche con piccoli e semplici
mezzi. Vicende di vegetazione su vaste aree e generazioni d'animali
anche minimi in enorme moltitudine potrebbero benissimo rendersi
visibili a tanta distanza. A quel modo che un osservatore posto nella
Luna potrebbe avvedersi delle epoche, in cui sulle nostre vaste
pianure succede l'aratura dei campi, il nascere e la messe del
frumento; a quel modo che il fiorir dell'erba nelle vastissime steppe
dell'Europa e dell'Asia deve rendersi sensibile anche alla distanza di
Marte per una varietà di colorazione; così può certamente rendersi
visibile a noi un eguale sistema di operazioni che si produca in
quegli astri. Ma come difficilmente i Lunari ed i Marziali potrebbero
immaginare le vere cause di tali mutazioni d'aspetto senza aver prima
qualche conoscenza almeno superficiale della natura terrestre: così
anche per noi, che tanto poco conosciamo dello stato fisico di Marte e
nulla del suo mondo organico, la grande libertà di supposizioni
possibili rende arbitrarie tutte le spiegazioni di tal genere, e
costituisce il più grave ostacolo all'acquisto di nozioni
fondate. Tutto quello che possiamo sperare è, che col tempo si
diminuisca gradatamente l'indeterminazione del problema, dimostrando,
se non quello che le geminazioni sono, almeno quello che non possono
essere. Dobbiamo anche confidare un poco in ciò, che Galileo chiamava
_la cortesia della Natura_, in grazia della quale talvolta da parte
inaspettata sorge un raggio di luce ad illuminare argomenti prima
creduti inaccessibili alle nostre speculazioni; di che un bell'esempio
abbiamo nella chimica celeste. Speriamo adunque, e studiamo.
GIOVANNI SCHIAPARELLI.
G. SCHIAPARELLI
LA VITA SUL PIANETA MARTE
Estratto dal fascicolo N.° 11 Anno IV - 1895 della Rivista "Natura ed Arte"
Semel in anno licet insanire
Il singolar globo di Marte, che sotto più riguardi tanto rassomiglia
al nostro, e nel quale sembrano celarsi così interessanti misteri,
ogni giorno più chiama a sè l'attenzione pubblica, e sempre più è
fatto oggetto di accurati studi e di ardite speculazioni. Esso non è
intieramente sconosciuto ai lettori di Natura ed Arte, i quali
ricorderanno senza dubbio la descrizione accompagnata da disegni, che
ne fu pubblicata nei due fascicoli di febbraio 1893. Non senza
ammirazione essi han potuto vedere quelle macchie oscure e quelle
regioni più chiare della sua superficie, che si considerano come
rappresentanti mari e continenti; le misteriose linee, dette canali,
or semplici or doppie, che lo solcano per ogni verso in forma di fitto
reticolato; le vicissitudini del clima nei suoi due emisferi; e
specialmente le nevi che biancheggiano intorno ai suoi poli, e con
alterna vece crescono e decrescono secondo le stagioni, nè più nè meno
di quello che si osserva nelle regioni agghiacciate che occupano le
zone polari del nostro globo.
Nell'anno decorso 1894 il pianeta essendosi molto avvicinato alla
Terra (siccome suol fare periodicamente ad intervalli di circa 26
mesi), si trovò a buona portata dei grandi telescopi astronomici; e
così fu possibile di fare alcune osservazioni importanti. Durante
l'epoca del massimo avvicinamento (che fu nei mesi di settembre e di
ottobre) la posizione dell'asse di Marte rispetto al sole, e le
stagioni dei suoi emisferi furono press'a poco quelle che han luogo
per la Terra ogni anno durante il mese di gennaio. Per l'emisfero
boreale di Marte era appena passato il solstizio d'inverno; l'emisfero
australe, invece, che si trovava principalmente in vista, era nelle
condizioni atmosferiche che noi esperimentiamo nel mese di luglio,
cioè al principio e al colmo della state. Le regioni polari australi e
il polo antartico del pianeta brillavano nell'illuminazione perpetua;
e sotto la sferza incessante del sole le nevi di quel polo parvero
decrescere a colpo d'occhio.
Le prime osservazioni si fecero in Australia alla fine di maggio col
gran telescopio dell'osservatorio di Melbourne, essendo il pianeta
ancora a grande distanza della terra. Il 25 maggio (epoca, che per
l'emisfero australe di Marte corrispondeva press'a poco alla metà
della primavera) i ghiacci si estendevano tutt'intorno al polo
australe fino a 67° di latitudine; l'area nevosa formava una calotta
ben terminata e simmetrica di 2800 chilometri di diametro.
A partir da quel punto fino alla metà d'agosto, per lo spazio di 80
giorni e più, l'orlo circolare della regione nevata andò
restringendosi con molta regolarità, avvicinandosi al polo in ragione
di 13 chilometri al giorno: così che a mezzo agosto il diametro delle
nevi da 2800 chilometri si trovò ridotto a 600. Durante questo
intervallo, e precisamente verso la fine di giugno, si manifestò nella
calotta bianca una grande spaccatura, che ne separava un segmento di
considerabile ampiezza. Quest'ultimo scomparve presto, e non restò che
la massa principale, notabilmente diminuita.
Da mezzo agosto alla fine di settembre la diminuzione delle nevi
intieramente si arrestò, quantunque appunto in quell'intervallo avesse
luogo il solstizio australe del pianeta (31 agosto) e con esso la
massima irradiazione del Sole su quelle regioni. Il 24 di settembre
l'area circolare nevosa aveva ancora quasi lo stesso diametro di 600
chilometri, che era stato misurato il 13 di agosto.
La causa sconosciuta, che produsse questo arresto nel ritirarsi dei
ghiacci, parve cessare negli ultimi giorni di settembre; il limite
delle nevi continuò a progredire verso il polo, questa volta in
ragione di dieci chilometri al giorno; e non fini che colla
distruzione totale delle nevi stesse, la quale da diversi osservatori
fu assegnata ad epoche alquanto diverse, ma si può stimare che avesse
luogo intorno al 23 ottobre, coll'incertezza di alcuni giorni in più
od in meno. Così rimase il polo australe di Marte affatto nudo di
ghiacci fino a questo giorno in cui scrivo (4 aprile
1895). Nell'intervallo si videro bensì di quando in quando comparire
certe macchie bianche in molta vicinanza del polo; nessuna di queste
però è stata permanente, e si deve credere che rappresentassero
nevicate di carattere locale e transitorio. Quale fortuna sarebbe pei
nostri geografi, se un simile scioglimento completo dei ghiacci si
producesse anche una sola volta sopra ciascuno dei due poli della
Terra!
Da che si è incominciato a studiar Marte con qualche attenzione, è
questa la prima volta in cui è accaduto di osservare la completa
dissoluzione delle sue nevi antartiche. Essa si può stimare avvenuta
circa 55 giorni dopo il solstizio australe, cioè dopo l'epoca, in cui
la massima intensità della radiazione solare si fece sentire in quella
regione. Nel 1862, trovandosi il pianeta in una stagione identica,
Lassell vide quelle medesime nevi ancora molto estese: 94 giorni dopo
il solstizio australe il loro diametro non era minore di 500
chilometri. Nell'anno 1880 io le vidi ancora a Brera 144 giorni dopo
il solstizio australe. Possiamo argomentare da questo, che in Marte,
come sulla Terra, il corso delle stagioni non è perfettamente il
medesimo in tutti gli anni, e che si danno colà, come presso di noi,
estati più lunghe o più calde, ed altre più brevi o più fresche.
La rapida fusione di così ingenti quantità di neve non può essere
senza conseguenze sulle condizioni idrografiche del pianeta. Sulla
terra la fusione delle nevi artiche ed antartiche non può essere di
molta conseguenza, prima perchè le aree ghiacciate polari sono ambedue
circondate dal medesimo mare, il quale, se cresce di livello per lo
sciogliersi di una parte delle nevi artiche, d'altrettanto decresce
pel contemporaneo coagularsi di nuove nevi antartiche. Una simil
compensazione non può aver luogo su Marte in modo così semplice od
immediato, essendo il maggior mare, che circonda il polo antartico,
intieramente separato da quegli altri mari assai minori o piuttosto
laghi, che stanno vicino al polo artico; siccome si può vedere dando
uno sguardo alla carta di Marte qui unita[12]. L'equilibrio nelle
masse liquide dei due emisferi può stabilirsi soltanto per mezzo di
deflusso attraverso ai continenti che occupano le regioni intermedie;
e questa è la causa per cui all'alternato coagularsi e dissolversi
dello nevi intorno ai due poli sono da attribuire in gran parte le
mutazioni che si osservano nel sistema idraulico del
pianeta. Mutazioni, che ai nostri telescopi son rese manifeste dalla
modificata estensione dei mari, e dalla varietà d'aspetto di quelle
strisce oscure che segnano le zone d'inondazione e di deflusso; le
quali pertanto non senza un po' di ragione furon chiamate _canali_,
quantunque tal nome si debba intendere in senso assai largo. Piuttosto
che veri canali della forma a noi più familiare, dobbiamo immaginarci
depressioni del suolo non molto profonde, estese in direzione
rettilinea per migliaia di chilometri, sopra larghezza di 100, 200
chilometri od anche più. Io ho già fatto notare altra volta, che,
mancando sopra Marte le pioggie, questi canali probabilmente
costituiscono il meccanismo principale, con cui l'acqua (e con essa la
vita organica) può diffondersi sulla superficie asciutta del
pianeta. Non è un problema privo d'interesse quello di rendersi conto
del modo, con cui può avvenire una tale diffusione.
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